sabato 13 maggio 2017

Alla ricerca della felicità perduta



La colomba di Kant era convinta che, in mancanza della resistenza dell’aria avrebbe potuto volare molto meglio. In realtà è proprio la resistenza dell’aria che consente che si trasformi in volo il battere delle ali.
Se si applica lo stesso concetto agli esseri umani, possiamo notare che nella vita accadono eventi che ci convincono che la felicità sia perduta o, ancora peggio, che non si sia mai avuta e che il perdurare dell’infelicità sia ineluttabile.
Il punto, però, è che la felicità è una condizione dell’anima che abbisogna di essere riconosciuta ed invece spesso ci sta accanto e non ci accorgiamo di niente, ripiegati su noi stessi, incapaci di vederne i colori, di ascoltarne i suoni, di apprezzarne la fragranza.
Bisognerebbe rispondere ad alcune domande, tipo: cosa facciamo affinché la nostra vita sia all’insegna della qualità e quanto siamo consapevoli di questa? Quale è il nostro grado di soddisfazione e cosa facciamo per aumentarlo? Quale valore diamo alle cose, anche – forse soprattutto – a quelle piccole? Quale valore diamo al privilegio di amare, più che di essere amati?






19 commenti:

  1. Quindi tu dici che una parte di infelicità dipende da una sorta di pigrizia mentale nostra, da una accidiosa indifferenza verso il bello che ci vive accanto? E se avessi ragione?

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    1. Perla ha ragione Enzo. Non ci accorgiamo del bene ma solo del male. Perché il bene è una situazione di stallo ideale. Non viene riconosciuta e valorizzata perché rientra in uno status di normalità.
      Le minime alterazioni si, al contrario.
      Essere felici della normalità è una conquista mentale.
      Un privilegio.

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    2. Grazie, Franco, non avrei potuto rispondere con maggior chiarezza ed esaustività. Esseere felici nella normalità, è una conquista mentale che va coltivata giorno dopo giorno :)

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  2. Sì, per riallacciarmi ad Enzo Rasi, credo che Perla abbia ragione, anche se non credo si tratti di pigrizia o accidiosa indifferenza ma di una vera e propria incapacità.
    Io sono piuttosto altalenante ma posso testimoniare (se volete credermi) che spesso, al mattino, mi sveglio con la voce degli uccelli che popolano il parco davanti casa, e sono felice. Poi mi affaccio alla finestra e vedo il cielo, e sono felice e grata.
    Per il resto, parlo di relazioni umane, credo, e spero, di saper amare a fondo perduto. Non sempre mi riesce bene, ahimè, dovrei superare quel bisogno di calore avvolgente che riesco a dare e mai ricevo in egual misura. A volte vorrei un mio clone, perdono, sono umana anche io!

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    1. Quel bisogno di calore avvolgente è la prova del nove, a mio avviso, della nostra umanità; se vogliamo è anche la prova che ancora abbiamo conservato quella cum-passione che ci permette di tenere distante il freddo dell'anima, la morte - dicamo così- della nostra umanità.
      Forse, e sottolineo il mio dubbio, quello che alcune Culture chiamano "illuminazione" in fondo è proprio quel che tu indichi: amare per il piacere di amare, nutrirsi di bellezza per corroborare la propria anima porta, o dovrebbe portare, a uno stadio di equilibrio interiore che ci permette di valorizzare la "normalità", come dice Franco :)

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  3. La felicità è uno stato d'animo e dura poco, più facilmente possiamo sperare nella serenità, che garantisce una certa tranquillità dell'anima. Spesso la felicità viene dopo una grande preoccupazione o una paura: la sconfitta di una malattia, la risoluzione di un difficile problema...Si può essere felici nel sentirsi amati, nel compiere un bel viaggio, anche solo nell'osservare la bellezza della natura che ci circonda. Le mamme sono felici quando nasce loro un figlio, anche se subito dopo iniziano le preoccupazioni, ma poi sono nuovamente felici quando vedono i loro figli sorridere e quando ottengono un successo nella vita.
    La felicità è un breve momento. L'importante è riconoscerlo e viverlo fino in fondo.

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    1. Esatto Caterina, esatto, anche io penso che la felicità dovrebbe essere vissuta fino in fondo. Poi mi chiedo: ma come facciamo a viverlo fino in fondo se non ci siamo "allenati" a riconoscerlo? Se non sappiamo valorizzarlo appieno? :)

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  4. Non ci accontentiamo. O meglio, non attribuiamo esatto valore al presunto poco che ci arricchisce in silenzio e senza pretese. Probabilmente l'errore maggiore.

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    1. Beh, lo ho scritto sopra, hai colto in pieno quel che io volevo esprimere: la felicità è uno stato della mente (del cuore, della sinergia cuore-mente) frutto di un allenamento quotidiano alla bellezza. E' un impegno quotidiano da espletare con naturalezza, che non dovrebbe richiedere alcuno sforzo, almeno dopo aver compreso il percorso :)

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  5. ritrovo un piacere dimenticato, quello di ascoltare e qualche volta parlare con altri con la serenità di altri in ascolto e in qualche modo disponibili. Peccato su un argomento, anzi un fatto, particolare come la felicità, più semplice per me parlare di serenità anche perché a mio sentire la serenità è un modo di essere, di guardare, di osservare, di vivere, La felicità è un trillo, una esplosione momentanea. Sei sulla bici, scendi e affronti le curve, azzardi, ce l'hai fatta. Eri a rischio, hai scommesso con te stesso, la bici ha tenuto, nemmeno un sassolino si è messo di traverso... SEI FELICE! UN SALUTO.

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    1. Mi chiedo, Ben, se abbiamo paura di chiamare la felicità con il suo nome, di chiamarla serenità per paura che fugga via. Sin da piccoli, almeno quelli compresi tra la mia generazione e la tua, siamo stati "abituati" a considerare la sofferenza e l'infelicità una condizione inevitabile. Nella fattispecie ricordo un uomo del mio paese considerato un po' folle e, "quindi" compatito nella miglior ipotesi quando non emarginato ed evitato, che aveva fatto del suo stato una oasi di felicità. Lo ricordo con chiarezza: raccoglieva i fiori che trovava per strada, beveva alle fontane pubbliche, ascoltava musica da una radiolina che si portava appresso e... sorrideva. Naturalmente allora mi sembrava solo un tipo strambo, ma da adulta, quando ci ripenso, credo che lui l'avesse scoperta la formula per essere felici.

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    2. ps: grazie, ogni tanto scrivo qui. Certo, non sono più i giorno di Agorà, quando le conversazioni erano quotidiane con decine e decine di interventi e tutti corposi e interessanti, ma mi accontento. Facebook non mi è mai piaciuto, lo considero una sorta di deserto della mente, anche se ancora lo uso. Puoi tornare, se vuoi, a conversare con me, con noi: ne sarei felicissima :)

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    3. non prevedevo che lo scambio fosse così veloce e intenso...
      Ringrazio e mi adeguerò. Da troppo tempo sono un lupo solitario spellacchiato: è tempo di primavera rinnovata

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  6. Difficile riconoscere la felicità che si nasconde nelle pieghe della normalità, fino a quando non la perdiamo. Lo stesso vale per la fortuna. Come quella volta che mi derubarono e ma i ladri vennero scoperti e catturati a mia insaputa. Quando, dopo alcune ore di angoscia, seppi che le mie cose (i documenti, soprattutto) erano stati ritrovati commentai con un "Che fortuna". Qualcuno mi rispose che sarebbe stato meglio se non mi avessero derubata. E io risposi: "Ma così non mi sarei accorta che sono fortunata!"
    Ci serve uno sfondo scuro per vedere la luce.

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    1. Forse la luce si vede proprio, e soltanto, perché vi è l'ombra, così come la felicità si avverte proprio perché esiste la sofferenza e la tristezza (o anche la fortuna, come nel tuo splendido esempio).
      Come fare, però, a non far diventare la felicità una sparuta parentesi nella vita?
      Riflettevo che nel nostro discorrere quotidiano usiamo poco il termine felicità ed ancor meno i suoi sinonimi; il contrario di felicità, invece, viene esplicitato sovente e con tantissimi sinonimi: malinconia, noia, tristezza, dolore, sofferenza, depressione, angoscia, etc etc.
      E' stata questa riflessione che mi sta portando a interrogarmi su quanta consapevolezza ci sia nel coltivare la felicità e, ovviamente, il contrario della felicità.

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  7. Al di là delle cose che ci succedono, che possono o meno avere un valore intrinseco ed indipendente da noi, la differenza la faccia ciò che noi decidiamo di farne.
    Nei momenti buoni comprendo che ciò che mi succede è quello che mi serve...non fosse altro perché è quello che ho a disposizione, né più né meno.
    Nei momenti meno buoni la chiamo sfiga, accanimento, insoddisfazione, frustrazione.
    Che poi chi l'ha detto che la felicità sia mancanza di difficoltà? Mica vero che siamo felici quando va tutto bene, eh.

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    1. Esatto! Le felicità non è mancanza di difficoltà, forse è la capacità di trasformare le difficoltà, gli ostacoli in risorse. Ma per fare questo serve la capacità di saper individuare la felicità, o i momenti di felicità, se vogliamo.E questo è possibile solo se siamo allenati a farlo. Ma non possiamo allenarci a qualcosa che nn conosciamo....

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  8. meglio allenarsi che affogare il tutto con un bicchiere sia pure metaforico e, di nuovo, GRAZIE!

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  9. Un immenso grazie a te, Ben :)

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