domenica 21 gennaio 2018

L'incertezza di un attimo (s)fuggente



Non innamorarti mai di una voce al telefono.
Non innamorarti mai dell'aspetto di una persona da dietro.
Leggi di Gillenson, tratto da “Le leggi di Murphy”.
Arthur Bloch

Finalmente le feste erano andate, trascorse, triturate  e disperse nei reticoli del tempo infinito che immobilizza e incita, che accarezza e gela. Rimanevano, come relitti di un naufragio sulla sabbia bianca, i giorni della routine, delle abitudini cristallizzate, della solitudine a volte bramata, spesso evitata più di un cerchio di spine intorno agli occhi.
Si guardò allo specchio e l’immagine riflessa le fece schifo: “una befana malandata” , si disse. Dove era finita quella luce vivida negli occhi, quella voglia di andare sempre oltre, alla scoperta di chissà cosa e di chissà chi?  Domanda retorica e sottilmente bugiarda la sua, a se stessa,ne era consapevole. Lo sapeva benissimo dove si era smarrita, persa, annullata.
Tutto era successo quando aveva rinunciato a rialzarsi, quando si era lasciata bruciare le ali dalla indifferenza come risposta alla cattiveria; quando, frantumati i suoni e i colori del sogno, aveva cominciato a vivisezionare la sua anima cercando, e annotando, ogni  azione  che le si era ritorta contro, come tanti boomerang. Non importa se si era trattato di dare ascolto a una affascinante e altamente acculturata figura virtuale, dalla voce calda e cadenzata,  bruscamente evaporata dalle sue orecchie e dal suo orizzonte, oppure quando le capitò  di scoprire all’improvviso i modi falsamente amichevoli  di una arpia dal cuore roso dalla cupidigia e dall’invidia.
“Ecco”, si disse, “ora puoi smettere di trastullarti in questo gioco assurdo che si chiama vita. Puoi mettere la mordacchia al cuore, ritirare i remi, buttarli vita e, finalmente, lasciarti trasportare unicamente dalla forza del vento, senza provocare attriti, faville, stridii e sofferenze. Restare in attesa del niente ammirando, semplicemente,  le nuvole cambiare forma e colore”.
“Hai guardato troppo a lungo il baratro, mia cara, ed ora sei il baratro, senza neppure una pianticella di fragole, che abbia un frutto con cui ristorare l’attimo fuggente ed eterno della tua fuga verso l’infinito del nulla, verso il tuo personale Lete”.



 Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica.

sabato 26 agosto 2017

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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Pier Paolo Pasolini

giovedì 24 agosto 2017

Incontri ravvicinati



Avete mai guardato negli occhi una volpe? A me è successo oggi. Non che non abbia visto volpi, prima d’ora, ma si era in campagna, loro si muovevano velocissime, magari le avevamo disturbato noi.
Invece oggi, mentre andavo al lavoro, noto da lontano quel che mi era parso un cagnolino che attraversava la strada nella mia direzione. Una strada trafficatissima, a quell’ora, perché è il centro cittadino e snodo cruciale tra uffici, bar, chiese e quant’altro.
Quando incontro un cane, un gatto, di solito mi fermo, li chiamo, rarissime volte si avvicinano, così ho fatto oggi: solo che guardando bene mi rendo conto che quell’esserino davanti a me è una volpe. In pieno centro? Mai visto animali selvatici in pieno centro, se non conto un lupo, durante un inverno di freddo terribile, quando ero piccola. Una volpe piuttosto malandata, magrissima ma con gli occhi vividi come fari di notte. Forse gli incendi dei giorni scorsi l’hanno sospinta verso le case, per la fame.
Il nostro dialogo muto è durato qualche secondo, poi è sfrecciata via, facendo gincana tra le auto. Che tu possa sopravvivere, le ho sussurrato.
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"Chi sei?" Domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste... "
" Non posso giocare con te ", disse la volpe," non sono addomesticata ".