domenica 19 febbraio 2017

Il mio porto sepolto



Sono mare e sono vento
dai due nata,  nel segno della tormenta.
Così la mia vita, incessantemente in tempesta
cerca un porto sepolto,  ove ritrovarsi. 


Sono ombra  e sono luce, compiendo 
nella prima il mio destino  e disertando la seconda.  
Non si sfugge alla mappa, ineluttabile,
delle proprie inquietudini.

 

martedì 14 febbraio 2017

Quisquilie



Se  amare sta per amare, ovvero non dolci, significa che l’ arte di amare  è cercare di evitare gli zuccheri e ciò porta al suggerimento  di regalare cioccolato con una percentuale di cacao oltre l’ottanta percento.
Se invece  si pensa che l’amore sia a-more, ovvero senza  altro o non altro,  oggi si dovrebbe evitare accuratamente di fare progetti  di tipo sentimentale a lungo termine. 



venerdì 3 febbraio 2017

‘A cuda ni’ura



Ancora oggi ignoro il perché la signora si portasse appresso questo soprannome, che io ipotizzo lievemente dispregiativo, ma è con questo appellativo che la conobbi tanti anni fa.
Ero una bimbetta, avrò avuto nove o dieci anni, e il pomeriggio spesso giocavo davanti casa con i ragazzini del mio rione, rigorosamente dopo aver fatto i compiti, mio padre era inflessibile su questo.
Era un’epoca  che ai miei occhi odierni mi sembra lontana anni-luce e invece era solo "ieri". Nessun timore a lasciare le porte delle case aperte, c’era il vicinato che vegliava, con occhi sempre vigili; naturalmente ora so che era una sorta di controllo sociale, ma del quale, all’epoca, non sapevo nulla. Oggi so che, con tutte le  negative interconnessioni che comportava,  permetteva di crescere senza le ansie che contraddistinguono la società odierna.
Il controllo sociale, questo spauracchio che  nei paesini è sempre esistito  e che oggi si pensa non esista più. Ed invece esiste ancora, solo che ha la caratteristica  di cambiar  sempre pelle, con il cambiare della società stessa. Da controllo  delle coscienze e forse della moralità, con un sottofondo di bacchettonismo, chiamiamolo così,  che portava talvolta  a sposare comportamenti ipocriti,  oggi siamo passati al controllo della ricchezza, forse del potere, che denuncia tra le righe  una certa superficialità  e forse anche il controllo spasmodico delle apparenze. A  me sembra un grandissimo passo indietro,  una  becera involuzione dei costumi  e dei valori  di una società:  ma tant’è, non si può non registrarlo, perché altri non è che  il prodotto delle nostre azioni quotidiane.
Nella società odierna  ‘a cuda ni’ura sarebbe stata marginalizzata, tacciata di povertà, quindi assimilata a una lebbrosa, perché vestiva in maniera decisamente orignale: dava l’idea che i vestiti li scegliesse al buio, tanto erano male assortiti tra loro, ma è rimasta impressa nella mia memoria di bimba per un particolare curiosissimo: andava in giro con un paio di pantofole spaiate, ricordo nitidissimamente ancora oggi una pantofola estiva nera intrecciata davanti e una pantofola rosso mattone chiusa e con un fermaglio dorato. Così come ricordo me stessa immobile a guardare i suoi passi svelti, con quelle pantofole così vistosamente diverse, che si allontanava lungo la strada assolata e polverosa.
Per la mia mente di bimba la cui infanzia era stata decisamente benevola, era inconcepibile: perché mai camminare con due pantofole diverse, visto che io avevo sempre visto scarpe e pantofole uguali? Ne ero rimasta così turbata da rientrare a casa e parlarne con papà, al quale la descrissi  e che mi svelò il soprannome, che il nome non lo ho mai saputo. Una conversazione che ebbe, pressappoco, questo svolgimento:

“Ma perché la signora cammina con due pantofole diverse?”
“Forse perché non ne ha un paio dove siano uguali, forse ne ha persa una delle due.”
“E allora perché non gliene regaliamo un paio di nonna, papà?”
“Perché la offenderemmo, Piccola.  E poi non è che se una persona ha le pantofole uguali è per questo migliore delle altre persone.”

Lo so, questo è uno di quegli episodi che accadono nella vita e che non si esita a definire banali, ma che concorrono  a cambiare il corso della vita stessa, quando toccano l’anima. Ripensando oggi  al senso delle parole di mio padre, non mi meraviglia affatto se poi, nella mia esistenza, ho fatto scelte politiche, e non solo politiche, di un certo tipo. 




sabato 21 gennaio 2017

Filastrocca spettinata



Meriti qualcuno che sappia dove sei
che oltre ai risi e ai lazzi ti dica ti vorrei
meriti qualcuno che non si nasconda e legga
i moti del tuo animo e infine li sorregga.

L’amor è cosa sacra, non si baratta o scippa
'ché quel che ottieni facile, presto ti si ingrippa
e a nulla poi vale imprecar contro l’altrui briga
veder fantasmi intorno o scongiurar la sfiga.

Non saran 'ste righe nude a spiegar la vita
non c’è morale alcuna, la saccenza  è abolita;
è solo un punto aperto, un dire un po’ giocondo
un rimestar pensieri nascosti nel profondo.



domenica 15 gennaio 2017

Fryderyk



Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini.
Giordano Bruno




Il sole stava declinando dolcemente dietro uno dei colli che definivano i contorni fisici  della cittadina e Gabriella accoccolata vicino al camino stava terminando la lettura de ‘Lo scrutatore d’anime’, che aveva scovato giorni prima alla Feltrinelli. Note soavi invasero l’aria, arrotolandosi le une dietro le altre a costituire una melodia, Gabriella riconobbe subito il secondo  notturno, opera nove di  Frédéric François Chopin, e abbandonò l’anima al suono, beandosi di bellezza,  aiutata anche dal talento di chi stava accarezzando il piano in quel momento.
Solo quando le note si interruppero, rifletté che era la prima volta che Fryderyk suonava qualcosa che non fosse jazz, più precisamente che non fosse ragtime.
Fryderyk, già. 
Lo aveva conosciuto un giorno che era andata a prendere un caffè a casa di una amica-collega, con la quale stava redigendo un progetto di intervento sociale. Gabriella non  aveva proprio voglia di lavorare quel pomeriggio,  la sua amica aveva molto insistito ed allora era andata. Proprio mentre si erano sedute davanti al vassoio che conteneva, oltre alle tazzine,  il bricco del caffè, quello del latte  e due fettine di torta al cioccolato sentirono suonare al campanello ed arrivò una loro terza amica accompagnata da un tipo che nessuna delle due conosceva. Seguirono presentazioni quantomeno divertenti, visto che il tipo in questione non spiccicava una parola di italiano e  le due non una di tedesco. Nel corso della vita, però, ci sono accadimenti che non hanno bisogno di parole, di traduzioni o di studi complicati: quel giorno gli occhi di  Gabriella e Fryderyk  si incontrarono e, nonostante i chilometri, la diversa lingua, l’ignoranza reciproca del mondo dell’altro/a, non si lasciarono neppure quando ognuno dei due ritornò nel proprio   di mondo.
I loro erano due mondi simmetrici e speculari, ognuno a suo modo problematico, ognuno con storie personali complesse e con  alle spalle un carico di dolore che nessuno avrebbe potuto indovinare di primo acchito, in nessuno dei due,  e quei mondi speculari presto divennero uno. Ma, come spesso accade in una coppia, i due trovarono un equilibrio, un percorso da fare insieme in completa sintonia, senza mai mostrare ognuno le sue ferite e con l’irrefrenabile  aspirazione, per entrambi, ad amare ed essere amati  quell’aspirazione  che entrambi avevano apparentemente negato ma che emerse prepotente e decisa poiché è una necessità che alberga in ogni animo umano.
Gabriella, molto timida, aveva apprezzato la delicatezza  di Fryderyk nel proporsi, mentre Fryderyk aveva apprezzato l’atteggiamento di Gabriella che consisteva nell’accettare il compagno, così come era, senza fare domande. Ed invece, forse, le domande andavano fatte, soprattutto quando Fryderyk aveva - di tanto in tanto -  degli scatti di incomunicabilità, quando si isolava e non voleva neppure essere coccolato, accarezzato, amato. In quei frangenti Gabriella si isolava a sua volta e cercava di nascondere il disappunto dietro a un sorriso, che a ben guardare era una smorfia di dolore.
Il non detto, le personali ferite non sanate, i problemi non affrontati, però, prima o poi presentano il conto.
Lui non aveva raccontato a lei di quel padre autoritario e violento che sapeva solo alimentare distacco e paura,  e di quella madre ingombrante ed onnipresente, che si sostituiva a lui  nelle scelte della vita, annichilendolo e deresponsabilizzandolo, e che ostacolava ogni suo minimo approccio con l’universo femminile,  dipingendo ogni ragazza che lui avvicinava, come una inetta capace solo di ostacolare la sua carriera.
Lei non aveva raccontato a lui il dolore provato quando suo padre se ne era andato, trasformando una bambina solare, allegra e socievole, in una adolescente introversa, scontrosa, in guerra con il mondo, e con una madre sostanzialmente assente e antagonista.
Ognuno di noi non sfugge al proprio passato: quel che l’oggi si è, è il prodotto delle azioni compiute nel proprio ieri. Non si erano raccontati niente delle loro ferite, forse non erano neppure consapevoli che si trattasse di ferite, e così pian piano avevano  smesso di camminare affiancati, procedendo ognuno con una sua andatura, un passo diverso  che li aveva progressivamente distanziati. E  così si erano persi. Ma neppure di questo erano ancora consapevoli, mentre lui suonava magnificamente Chopin  e lei si lasciava trasportare in un mondo fantastico e subdolamente  appagante.
“Io non me la sento”
La musica  era cessata  e quelle parole arrivarono alle orecchie di lei ma non al suo cervello e, naturalmente, non rispose.
“Io non me la sento”
“Che cosa? Cosa hai detto?”
“Hai capito. Il  nostro matrimonio, non me la sento. Forse non sono adatto”
“Ma che storie racconti, che vuol dire che  non sei adatto? Ma  se sei stato tu a volerlo ed ora che manca qualche mese non sei adatto?”
“Lo so, ma ci ho pensato bene. Sono nato per vivere da solo. Moglie, figli sono responsabilità  che non voglio avere. Voglio essere libero di andare dove voglio, fare quel che voglio…”
“E il nostro amore? I nostri progetti? Io?”
“Sopravviverai”
Il crepuscolo aveva ceduto il posto alla notte, il pianoforte  aveva ripreso a diffondere  il secondo notturno di Chopin, esattamente da dove si era interrotto ma con una variante: la musica aveva perso la capacità di far sognare.