sabato 24 giugno 2017

La "mano" del mistero



«Dammi una lettera arrotondata, mettiamola su una maglietta, scriviamoci Banksy e il gioco è fatto. La possiamo vendere. Senza mancare di rispetto a Robert, penso sia un brillante artista, ha ribaltato il mondo dell’arte».





Banksy, nel suo ultimo murales,  rappresenta lo sgretolamento dell’Europa, con un operaio che  sta cancellando una delle stelle, poste su un muro che presenta profonde crepe.
Forse una sorta di premonizione, visto che in queste ore sta circolando la notizia che  sia stato svelato il mistero sulla sua identità, anche se il diretto interessato nega.
Il mistero, quella situazione che affascina e incute timore, che attrae e respinge;  quella idea che sia qualcosa di oscuro e inaccessibile, forse anche un po’  ostile  e   freddo. Qualcosa  che  suscita  talvolta  silenzio e attesa,  talvolta timore,  quel timore che si prova di fronte  allo  sconosciuto  e  all’inconoscibile.
Quando il mistero viene svelato è una “catastrofe”.
Perché il  mistero, quando non è più tale,  spesso provoca tristezza, sconforto,  ci fa sentire abbandonati quasi annichiliti, e questo perché, forse  il suo sgretolamento  ci priva del piacere di immaginare, costruire mentalmente; ci priva del piacere della curiosità intellettuale.
Per quanto scritto sopra,spero proprio che Robert Del Naja, altrimenti noto come 3D, universalmente celebre per aver fondato i Massive Attack, non sia  Banksy




domenica 18 giugno 2017

Ritorni





Emersa 
fontana di luce che corteggia le ombre 
tediata da nani morali 
che trovano realizzazione nella meschineria più abietta
 ritorno ai miei ritmi di sempre 
cercando tepore che sana in ricordi intensi seppur lontani
scrutando l’orizzonte
come una lanterna di carta alla finestra.
F.


 

venerdì 2 giugno 2017

Distratta ed Iperego


 Non ho bisogno di un amico che cambia quando cambio e che annuisce quando annuisco; 
la mia ombra lo fa molto meglio.
Plutarco

Ognuno di noi può essere chiuso nella propria isola, sentirsi diverso, ma allo stesso tempo avere voglia di attraversare quel mare che si frappone fra noi stessi e gli altri, spesso non sappiamo come fare, non basta una "allergia" come difesa o saggezza del corpo, bisogna prima fortificarsi per poi poter affrontare il profondo mare della nostra esistenza.
Lo scorrere sempre uguale dell’esistenza sull'isola della vita  non è sufficiente, per chi ha un animo predisposto a comprendere l'esperienza delle emozioni, a trasformare un paradigma significante in significato, a rivestire di Senso un Segno. Distratta  avverte che c'è di più, si può "essere" di più, nel Vuoto  che accompagna l’esistenza, ma non ne sa disegnare i confini.
Un giorno approda sulla sua isola un forestiero, una novità, una finestra spalancata verso il mondo, un altro mondo, in un certo qual modo diverso dal suo: un portatore di Segno, all’interno di un Significato Significante. Distratta lo osserva da lontano, ne segue le mosse, ne introietta i discorsi e, lentamente, arriva a misurare il suo universo  con quello del forestiero, non per comparare o competere, ma per puro Amore della Conoscenza.
Avviene così l'incontro tra Distratta e Iperego; due esiliati, due isolani, due persone diverse – anche se non tantissimo -  per cultura ed esperienza.  Si incontrano per rinascere, l'una grazie all'altro, decidendo di perdere una loro parte, donandosi quello che è più grande e forte in loro: l'immediatezza verso le emozioni, il senso vero della vita.
Sono come due fanciulli che giocano sulla spiaggia; metafora dell'amicizia.
Ma le "reti tristi" della realtà, i bisogni, le necessità  e i dolori della vita, fanno sì che Distratta e Iperego vadano incontro a strade differenti, pur mantenendo lo stesso linguaggio, lo stesso codice mentale.
Così arriva il momento della separazione.
Distratta capisce che Iperego – sparito repentinamente -  non tornerà. Continua ad attenderlo ma comprende che lui ha portato i suoi passi altrove, chissà forse per non soffrire, per non ricordare; o forse solo perché il dolore forte e intenso – quel dolore che morde l’anima e sconvolge una vita, lo stesso dolore che Distratta aveva ahimè, già provato - non gli permetteva di restare.
Il senso di abbandono si impadronisce di Distratta, il dolore è forte ma è proprio per questo che Iperego può trasformarsi in un creatore di bellezza.
Distratta capisce, dopo due mesi di assenza, finalmente capisce che Iperego gli ha lasciato qualcosa quando la rimproverava di  “dividersi” troppo e non prestare completa attenzione alle sue parole; quando le suggeriva di riappropriarsi del suo egoismo; quando le diceva di credere di più in se stessa e nelle sue capacità; quando le regalava  le sue lacrime e il suo dolore; quando le mostrava, punzecchiandola, il proprio egocentrismo; quando le diceva che amare vuol dire  voler il bene dell’altro a spese, a volte, del proprio.
Distratta capisce appieno finalmente cosa le lasciava Iperego e cioè la possibilità di riconoscersi in  un valore fortemente umano  e così riesce infine,  a trasformare i doni che ha ricevuto da Iperego in doni per sé stessa e per gli altri.
Soltanto ritornando in contatto con ciò che è dentro di noi e vicino a noi (sentimenti, relazioni, conflitti), si può scrivere la "poesia" per il mondo: "quella che non sarà più di chi la scrive ma di chi gli serve” 

E Distratta lontana, ma solo fisicamente, da Iperego  e nell’attesa del suo ipotetico,  desiderato ritorno sotto qualsiasi forma, gli regala  un frammento del dono che lui aveva fatto a lei in precedenza; gli regala – sapendo con certezza che lui la vedrà -  l’immagine che le è più cara,  l’immagine di un Icaro libero; libero dalle antiche sofferenza, rinato; un Icaro che oramai ha imparato a non farsi toccare più dalla cattiveria, dalla gelosia, dall’invidia poiché sentimenti negativi e distruttivi che annientano e fanno male innanzitutto a chi li agisce, prima di chi li subisce.
L’immagine di un Icaro che librandosi in un cielo stellato, metafora della serenità e del caos insieme,  della Serenità nel Caos, riesce a mostrare senza alcun timore quel suo cuore rosso e pulsante, quale metafora della capacità d’amare senza nascondersi.
Il regalo più prezioso per un Amico prezioso.
.

domenica 28 maggio 2017

Gli altri son troppi per me





Gli altri son troppi per me.

Uno,
anche uno solo è oltre la misura
invade il mio silenzio con voce muta
facendo volare i corvi dal mio spiazzo.

Non amo eppure-l' amo 
questo opprimente Vuoto affollato
che troppo mi costringe verso il cuore 
risvegliando inquietudini
e sogni e soffi di vento inopportuni
ferendo i pensieri e i movimenti.

A tratti mi affascina quel che non sono
obbligandomi allo specchio
mentre guardo le luci accendersi
lontano
su abitate anonime finestre
e tra gli ultimi colori del crepuscolo
vedo svanire i miei giorni
contando le ore della nostalgia.

martedì 23 maggio 2017

Clarissa

La realtà dell'altro non è in ciò che ti rivela,

ma in quel che non può rivelarti.

Perciò, se vuoi capirlo, non ascoltare le parole che dice,

ma quelle che non dice.
Kahlil Gibran
Va per la tua strada, le disse lui.
Panico. 
Quale  strada? La sua, di strada, era stata  sempre un percorso ad ostacoli, costeggiando perennemente un precipizio. Un percorso  che aveva sempre fatto con il fiato in gola, con un piede che spesso scalciava nel vuoto per poi ritoccare terra; provava una sensazione di calma solo quando la voce di lui la cullava, una voce che le dava sicurezza in se stessa. Ma erano delle brevi pause, che le bastavano  però, le bastavano per poter chiudere gli occhi e provare a sognare un’altra vita, un’altra strada.
Un atto di fede, sì lui per lei era un atto di fede. E la fede non contempla razionalizzazioni di sorta: si crede e basta.
Ed ora doveva andare per la sua strada, da sola.
Non versò una lacrima, nemmeno una. Non ne aveva più, tutte consumate nel tentativo di riabilitarsi  agli occhi della vita, senza mai riuscire ad abbandonarsi a se stessa.
Eh già,  in lei c’era questa netta divisione tra il suo IO e il suo ME, una cosa  che le impediva di avere una esatta percezione del suo SÉ, nonostante si raccontasse molte volte storie di consapevolezza, di unione, di cognizione del proprio pensiero, dei suoi limiti. Era avvenuta una scissione, di quelle che gli strizzacervelli chiamavano disturbo della personalità, ma che per lei aveva un solo nome: paura. Da un giorno all’altro la paura si era impadronita della sua anima, paralizzando i suoi gesti, e così, da attrice sociale principale sulla scena della vita, era scivolata al ruolo di comparsa, forse anche meno: tappezzeria. 
E la sua, di vita, aveva perso senso e prospettiva, aveva perso curiosità indignazione, luce ed ombra. Solo un continuo ed infinito grigio nebbioso, un paesaggio sempre uguale a se stesso.
Poi l’incanto, di colpo, le aveva cambiato ogni visuale; come una raffica di vento impetuoso che spazza via le foglie cadute e dopo niente è più uguale: la voce di lui si era materializzata una sera di febbraio di tanti anni prima e non se ne era più andata. L’aveva accompagnata prima discretamente poi con sempre maggior frequenza, e lei le si era abbarbicata come una pianta all’albero di cui si nutre.
Giorni di autentica felicità. 
D’accordo, una felicità un po’ surrogata, forzata, una love addiction la definirebbero quelli istruiti  ma pur sempre profumo di felicità.
Poi, di colpo: vai per la tua strada.
Quale strada?
Inevitabilmente il panico poco a poco si attenuò e lei cominciò a guardarsi attorno. 
Di strada c’era stata sempre e soltanto la sua. 
Dovette ammetterlo, aveva sognato. 
Lui non era mai esistito, era stata la sua mente a crearlo ed ora la creazione della sua mente la stava scacciando.
Forse era arrivato il momento di riunire il suo IO ed il suo Me, forse era arrivato il momento di accettarsi così come era, con tutta la sua solitudine intorno.
Forse era arrivato il momento di svegliarsi: i sogni, si sa, presentano conti molto salati se non li si sa ancorare in fretta alla realtà.
A te che sei comparso improvvisamente sui passi del futuro
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto qualcosa di più
A te che hai sconvolto i miei orizzonti e i miei altrove
a te soffio sorrisi che non arriveranno oltre la muraglia
A te dico grazie anche se non cerco più il tuo viso tra i miei sogni.